Rome - Contact & order: Geograph.Issues@gmail.com

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sabato 2 marzo 2013

Nick Zurlo ci parla su MusicZoom


    Maps of Borgata: Geograph Records

a cura di Nick Zurlo
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad una vera e propria proliferazione di micro-label musicali che, sulla scia dei dettami D.I.Y. (“do it yourself” ovvero “fattelo da solo”) delle produzioni discografiche punk-hardcore, hanno completamente ridisegnato il panorama underground mondiale e italiano.
Anche la povera Italia, tanto bistrattata e malata di esterofilia, possiede dei giacimenti importanti dove è possibile trovare metalli preziosi, e fra i tanti filoni che percorrono sotterraneamente la capitale può capitare (per i più fortunati) di imbattersi nella Geograph Records, etichetta di cassette e cdR che gravita in quella Roma Est che ha fatto di Borgata Boredom il suo manifesto artistico.

Geograph Records
La Geograph è nata da pochi anni ma ha già sfornato alcuni dei lavori più interessanti di “cantautori”, se così possiamo definirli, di questo miasma weird-pop che in controtendenza con una società basata sull’apparenza sorretta da una continua esposizione ad un’iconografia mediatica che rimbalza dal trash al nazionalpopolare.
Grip Casino, Eva Won, Trapcoustic, Harmony Molina e gli altri musicisti che orbitano intorno alla Geograph corrispondono ad un’isola sperduta in questo oceano di superficialità, un luogo dove è possibile incontrare strane creature e dove la vegetazione offre frutti genuini ed esotici.


Grip Casino - SNTVL
Già dalla prima uscita: Grip CasinoSNTVL la Geograph presenta al pubblico un disco essenziale ed eccentrico che ricorda molto da vicino i primi lavori di Daniel Johnston.
La chitarra storta e dissonante è suonata con un approccio primitivista che risulta ancora più aspro per via dello stile di registrazione casalingo.
Le canzoni che compongono questo disco sono spesso intervallate da intermezzi chiamati Skit che sono delle incursioni noise in una cornice che va dal punk ad un certo genere di indie-folk che si è sviluppato soprattutto negli Stati Uniti ed in Australia con esperienze come Tall Dwarf o Half Japanese.
Il secondo titolo della Geograph è affidato a Bonsai Heart dell’artista polistrumentista romano Trapcoustic.


Trapcoustic - Bonsai Heart
Inizialmente avevo qualche riserva su questo lavoro, semplicemente non riuscivo a spiegarmi come un “noiser” della prima ora come Stefano Di Trapani (alias Trapcoustic) potesse avere nelle corde un genere così prettamente indie-folk, poi ad un ascolto più attento mi sono dovuto ricredere.
“Bonsai Heart” è forse uno dei migliori e più ispirati dischi che abbia ascoltato negli ultimi anni, Nick Drake incontra il cadavere di Kurt Cobain e quello che ne esce è una sorta di punk-psichedelia  totalmente dissennata e percorsa da lampi di assoluta genialità creativa. English muffins for breakfast while you’re smoothly rubbing your legs against mine è il titolo del disco del cantautore post-grunge Harmony Molina, primo ospite internazionale che fuoriesce, almeno geograficamente, dall’entourage romano della Geograph.


Harmony Molina - English muffins for breakfast while you're smoothly rubbing your legs against mine
Il disco è composto da 11 affreschi moderni che scorrono fluidamente sul nastro della tape come se appartenesse da sempre all’ascoltatore, un “istant-classic” che, appunto per la sua compiutezza, non solleva ulteriori interessi all’orecchio di un appassionato di sperimentazione.
L’ultima release risale a primavera 2012 ed è l’esordio di Eva Won con il suo disco omonimo.
Questa è una delle più belle sorprese dell’anno, lo spettro cromatico delle influenze è enorme, si va dagli Spacemen 3 alle Y Pants, il tutto miscelato sapientemente e condito da una sorprendente (auto)ironia. S/t di Eva Won rappresenta una vittoria di “squadra”, è il manifesto di una scena che offre la possibilità a chiunque abbia qualcosa (di interessante) da dire di esprimersi artisticamente e creativamente, ed è questo il punto di forza e fondamentale peculiarità di etichette come Geograph Records.


Eva Won - S/t
Ho incontrato “Giannantony” aka Antonio Giannantonio aka Grip Casino alla manifestazione Crack Comics!, un festival di fumetti indipendenti nella suggestiva cornice del centro sociale Forte Prenestino in Roma, lì abbiamo registrato questa intervista che sono lieto di trascrivere per i lettori di Musiczoom.
Nick Zurlo: Perchè è nata Geograph Records?
Antonio: Fin da quando ero “pischello” ho sempre sognato di avere un’etichetta, registrare gruppi, fare dei racconti, fare delle cose che mi rappresentassero. L’idea è quella di utilizzare le “canzoni”, una sorta di racconto povero, una cosa che sta andando scomparendo.
N: Geograph si inserisce in un contesto musicale (Roma Est/Borgata Boredom) che fondamentalmente è percorso dalla vena noise, proponendo opere che effettivamente non hanno nulla a che vedere con questo genere di musica totalmente destrutturata.
A: Questo avviene principalmente per il fascino che si prova per alcuni dischi “compiuti”, fatti di pochi accordi e di parole cantate. Certo Geograph Records non sarebbe mai esistita senza Borgata Boredom.
N: Pensi che questo tipo di approccio molto “privato” o “intimista” possa essere di respiro globale o soltanto circoscritto ad una cerchia di amici e aficionados che seguono questa scena?
A: Questo è un problema che noi affrontiamo per ogni uscita, non possiamo permetterci lunghe sessioni di registrazioni o microfoni da 2000 euro quindi ci affidiamo al room-recording.
Ogni artista ha delle idee precise e per evitare che vengano in qualche modo corrotte ci affidiamo all’autoproduzione.
Il nostro approccio non è quello di fare un prodotto circoscritto solo per gli amanti del Lo Fi ma questa è una scelta obbligata.
N: Parlando proprio di supporto fisico, voi Prediligete il cd-r e la tape, come mai la scelta di questi due supporti che sono così ostici per l’ascoltatore medio?
A: Noi usiamo questi supporti perché costano poco, la tape è il vinile dei poveri, ha un suono ed una peculiarità che affascina, ha una sua dignità in quanto nastro registrato.
N: Che musica bisogna fare per essere pubblicato su Geograph?
A: Io amo molto il suono scarno, povero, che con pochi accordi riesce a raccontare qualcosa di potente, è questa la caratteristica che la Geograph ricerca nei suoi artisti.
N: Che feedback avete dal pubblico?
A: La gente è strana, noi non ci autopromuoviamo tantissimo, ogni uscita è di 50 tape e un numero indefinito di cd-r.
La maggior parte delle vendite vengono da concerti che fanno gli artisti e da negozi di dischi che sono prevalentemente nella città di Roma, dovremmo in un certo senso sviluppare meglio la nostra distribuzione. Noi speriamo sempre che la gente ci venga a cercare.
N: Quale artista ti piacerebbe ospitare nella tua etichetta?
A: vorrei scrivere a Phil Elvurm, artista americano che ha pubblicato con molti pseudonimi come Microphones o Mount Erie, mi piace molto il suo stile che definirei magico e libero, mi piacciono le sue canzoni, mi piacerebbe che mi regalasse qualcosa da pubblicare su Geograph.


http://www.musiczoom.it/?p=11470

lunedì 18 febbraio 2013

Review from Rockerilla Febbraio 2013 & Rockambula




Calcutta – Forse…

Calcutta CD Cover
È scientificamente provato che vivere l’esperienza del viaggio nel tempo ha pesanti ripercussioni sul fisico e sulla mente. Io, ad esempio, ne ho vissuta una proprio di recente ed ora mi sento debilitato e fuori forma, faccio fatica a concentrarmi ed a portare a termine qualsiasi semplice azione quotidiana. A parte lo shock di essere catapultato ai giorni della mia adolescenza dove tutto sapeva di brufoli e marmellata, il trauma più grande è stato trovarmi faccia a faccia col me stesso di 20 anni fa che, traslucido di fronte allo stereo, mi ripeteva: “Non farlo, nooo!”. Un evidente caso di paradosso temporale, che avrà pesanti conseguenze sul mio futuro e forse anche sul mio passato. Forse prima di quell’incontro ero un ricco e lardoso figlio di puttana che se ne stava stravaccato sul suo yacht a contare soldi e prendere il sole… Ma veniamo al punto.
È successo che con estrema curiosità ho inserito nel lettore del mio stereo questo Forse… di Calcutta, un giovane cantautore di Latina che si propone forte solo della sua voce e della sua chitarra acustica, e già penso ad una di queste nuove leve dell’indipendenza nostrana tutta barba, occhiali da nerd e melodie esili esili pronte a buttarti nella malinconia e nella depressione. Invece nulla di tutto questo. Parte la prima traccia, Senza Aciugamano, che è da subito molto piacevole e ricorda lievemente i Grant Lee Buffalo per ritmica ed impatto, ma non solo… Il brano si fa ascoltare senza alcun impedimento e prosegue naturalmente fino alla fine, ma è netta una sensazione di deja-vu che ne permea l’esecuzione. Non riesco a capire cosa sia, bisogna andare avanti…
Solo al terzo brano il collegamento è ovvio. Me ne rendo conto quando davanti a me si materializza il poster di Lucio Battisti che mia cugina teneva orgogliosamente sulla parete più grande della sua camera e che ora è proprio qui, davanti a me, evocato dal timbro rauco e distante del nostro Calcutta. Mica roba da poco, direte voi. E no, rispondo io, ma ce ne sarà davvero bisogno? Vado avanti e non mi scoraggio, anche se i miei jeans sono improvvisamente diventati a vita alta. Calcutta si muove bene fra liriche accattivanti e acrobazie semantiche, ti lascia canticchiare ciò che hai appena ascoltato imprimendotelo bene in mente, a volte anche abbandonando strade già tracciate per avventurarsi in interessanti escursioni meno melodiche come in Nicole o nella spiazzante Il tempo che resta sing along, ma l’impressione che resti troppo ancorato al passato è evidente nella maggior parte dei passaggi. Intendiamoci, non che sia un plagio del buon Lucio con tanto di motocicletta e hp, ma questo Forse… ne respira appieno le arie peraltro conosciutissime e si confonde un pochino col già ascoltato. Pregevolissime sono comunque le citazioni (Arbre Magique), simpatico il tormentone dell’amico Enrico (Enrico), trascinante il non-sense (Cane) e interessanti le liriche (Pomezia, dalla quale Flavio Scutti ha tratto anche un video), ma forse non abbastanza per convincere chi ne è incuriosito ad apprezzare in toto il progetto che tuttavia si fa ascoltare ed apprezzare in quanto ad esecuzioni ed idee. Purtroppo la pesante eredità a cui si aggancia e che mi trasporta indietro nel tempo ne sminuisce la preziosità e non ne premia la bellezza anche se, ed è da rimarcare, è di certo un buon disco. È da sottolineare che il nostro si deve essere già cimentato col buon Lucio nazionale e che ne è sicuramente profondo conoscitore nonché artista che ha saputo far suo uno stile piuttosto che limitarsi ad imitare, ma per farsi conoscere ed apprezzare dal pubblico per le sue doti cantautoriali forse dovrebbe discostarsene ancora.
Comunque dal giorno in cui ho ascoltato Forse… comincio a rimpiangere i pantaloni a vita alta: controindicazioni da viaggio nel tempo.




http://www.rockambula.com/calcutta-forse/


Review from Vice Italy 2013

Il 90 percento dei cantautori crede di avere un sacco di cose da raccontare, poi li vedi tutti i giorni fare shopping per non sentirsi vuoti dentro, e ti tocchi le palle. Invece Calcutta, come tutti i grandi poeti, neanche si impegna a raccontare storie che abbiano una consistenza che vada più in là dei cazzi suoi, ma di colpo si trasformano in delle incudini di verità. Spero solo di non incontrare mai l’Enrico della canzone omonima, che si direbbe una persona alquanto irritante.
BRADIPO ASCOLANO

http://www.vice.com/it/read/recensioni-a9n2

venerdì 15 febbraio 2013

Review from Rockambula

Kawamura Gun, come suggerisce il suo nome, è un artista di origine giapponese: dopo un periodo di studio delle arti nel Regno Unito si è trasferito a Roma dove attualmente vive e lavora. Questo suo album, “Brutiful”, è il primo da solista. Gun è anche infatti da qualche anno chitarrista e cantante dei Blind Birds, band romana di ispirazione glam-rock.
Ok, è tempo di mettere su il CD. Lo ascolto una prima volta e capisco che non mi basterà: la prima impressione è di essere di fronte a qualcosa di originale, ispirato certamente alle sonorità del rock degli anni’60 e ’70, ma assolutamente dotato di vita propria. Il disco non è per niente banale e quello che conta è che mi ha fatto venire voglia di ascoltarlo una seconda volta, non per il semplice motivo che il mio compito è recensirlo, ma proprio per curiosità e gusto personale. Andiamo ad analizzarne i contenuti.
Gli arrangiamenti sono minimali, gli strumenti (tendenzialmente chitarra, basso e batteria/percussioni, con molte parti corali di background anche melodicamente indipendenti) paiono suonati quasi con svogliatezza, con voluto disinteresse per la precisione e la “bellezza” intesa come confezionamento commerciale di un’idea. Credo che Gun voglia proprio sottolineare, come nel titolo dell’album “Brutiful” (unione di due lingue, l’italiano e l’inglese e di due parole, Brutto e Beautiful), la doppia faccia della sua arte, meravigliosamente brutta come il mondo che il giapponese vede e racconta. Intendiamoci, non sto parlando di disinteresse per la perfezione artistica: al contrario Kawamura Gun mi pare non essere tipo da accontentarsi del proprio prodotto finché esso non abbia raggiunto la perfezione, la Sua perfezione però, che è tutt’altro che ordinata, tutt’altro che conforme al comune senso di “bello”.
Il disco si apre con “Tongued eyes”, brano cantato in inglese che ricorda le atmosfere di band quali i T-Rex e i Silverhead, tra l’altro dichiarati ispiratori della musica prodotta dal giapponese. Il brano è un inizio perfetto e spiega in maniera magistrale quello che Gun vuole farci sentire per il resto dell’album.
La seconda traccia ci annuncia che non tutto il disco sarà cantato in inglese: “Henda” infatti ha un testo in giapponese così come “Ke” e “Mawatte Mawatte”, quinta traccia dell’album, ipnotica quanto il video che Gun ne ha realizzato dove vedrete l’artista cimentarsi con un piatto giradischi sopra il quale è stato posto un LP corredato di piccole gambe di donna che eseguono coreografie. Questa immagine dovrebbe essere più che sufficiente a rendere l’idea dell’atmosfera in cui sarete catapultati. Cercate il video su YouTube.
Con “Say no word” si torna alla lingua inglese e con il testo anche la musica ci riporta al brit-pop di ispirazione beatlesiana. La melodia e l’armonia, aiutate dalla pronuncia della lingua inglese, diventano decisamente più easy pur mantenendo lo stile sopra le righe di Kawamura.
La chitarra torna ad essere grunge nella settima traccia del disco “I had your cake, Sarah”, brano che, a parte l’arrangiamento molto più soft e la voce decisamente meno “maledetta”, ricorda nel testo e nell’armonia qualcosa dei Nirvana. Non mancano ovviamente come in gran parte del disco le parti corali tipicamente british, ingrediente che, assieme al resto contribuisce a rendere il lavoro di Kawamura qualcosa di non ancora sentito. Quali sono le mie tracce preferite? “Tongued eyes”, “Mawatte Mawatte” e “Layers”.
“A volte mi è capitato di comporre pezzi non adatti al gruppo, li mettevo da parte, quando mi si è presentata l’opportunità, ho accettato la proposta di fare uscire un lavoro come solista”. Così Kawamura spiega il perché di questo album. Francamente credo sia difficile inventare qualcosa di nuovo, oggi. Quello che un artista può fare, probabilmente come sempre è stato fatto, è attingere dalle proprie esperienze, farsi contaminare dai propri interessi, scoprire e riunire pezzi di sè, esprimerli attraverso forme di comunicazione consone, e quindi creare. Questo in”Brutiful” è stato reso egregiamente. L’unione di ingredienti primari differenti, mescolati ed espressi alla maniera del giapponese, risulta assolutamente originale e apprezzabile.
“Brutiful”, per concludere, è stravagante, fuori dal comune, mai banale e, sempre, dolcemente deviante. Sicuramente questo disco è solo una piccola parte dell’espressività artistica di Kawamura Gun. Ascoltandolo e navigando un po’ sul web in cerca di curiosità su di lui mi sono imbattuto in diversi lavori, dalla pittura alla scultura, per passare dall’origami alla creazione di pupazzini. Ho visto tutto di sfuggita. Il mio lavoro era recensire il suo prodotto musicale, però consiglio a tutti coloro che vorranno avvicinarsi al sorprendente mondo del giapponese di dare un’occhiata anche al resto della sua arte. Sicuramente Kawamura Gun è un personaggio straordinario dotato di uno stile sopra le righe e che non ama le mezze misure, così come non ci saranno mezze misure nel vostro apprezzare o meno il suo disco: o vi farà impazzire o lo detesterete.

http://www.rockambula.com/kawamura-gun-brutiful/

                                                                                          

sabato 2 febbraio 2013

Review from SentireAscoltare

Mentre una parte sempre più consistente dell’underground (italiano ma non solo) sembra perdersi in sterili polemiche sul crowdfunding o sulla integrità da diy – noi, non c’è bisogno di dirlo, parteggiamo per la seconda – c’è sempre più gente che si sbatte in silenzio per far circolare la propria musica. La romana Geograph, giovane label gestita in solitaria da Antonio aka Grip Casino, sarebbe facilmente inseribile nel calderone onnicomprensivo del borgata boredom per frequentazioni e stortume. Ma i suoi confini, geographici e non, ci dicono di una entusiastica ricerca di “campioncini” off che spaziano con nonchalance tra deliri e deliqui, tra noise e sporcizia, rimanendo però sempre sintonizzati sulla forma canzone.
In un catalogo che si va facendo sempre più corposo, le ultime uscite sono Calcutta e Kawamura Gun, ennesime perle di un rosario di stramberie made in Grip Casino, Eva Won, Harmony Molina e Trapcustic. Forse, primo passo per il solo-act from Latina Calcutta, è un disco di quelli che difficilmente passerà inosservato e altrettanto difficilmente si toglierà dalla testa di chi avrà la fortuna di ascoltarlo. Un lavoro denso di sfattume oppiaceo e “deurbanizzato” applicato al folk deviante virato 60s, tropicàlia, tradizione popolare, cantautorato “colto” italiano anni 70 che ci fa venire in mente delinquenziali fusioni alla Bugo intimista meets Sic Alps e che mangia in testa a tutte le Luci del mondo. E lo fa a forza di ragazze incontrate a Pomezia, amori all’odor di Arbre Magique, amori finiti a Cisterna, sarcasmo surreale e (dis)ordinaria follia. Genialità e disagio da Latina. Applausi a scena aperta.
Da ancora più lontano arriva Kawamura Gun, ragazzone nippo trasferito da tempo a Roma, zona Pigneto ovvio, e ben calato nella surrealtà di zona se intitola Brutiful il suo esordio. Siamo sempre dalle parti della forma canzone latamente folk o rock, ma Gun ci mette quell’esotismo che spesso fa rima con weird quando si coniuga in giapponese. Il cantato in lingua madre suggestiona, certo, ma è il senso generale degli arrangiamenti decisamente bizzarri che tracimano la follia di qua e di là degli oceani a farsi notare tra gusto folkish stars&stripes e schizofrenie nippo, tradizioni infrante a più non posso, melodie fanciullesche e exotica sixties alla Pizzicato Five de noantri.

                                                                                             Stefano Pifferi

mercoledì 9 gennaio 2013

Brutiful on NerdsAttack


“A volte mi è capitato di comporre pezzi non adatti al gruppo, li mettevo da parte, quando mi si è presentata l’opportunità, ho accettato la proposta di fare uscire un lavoro come solista”. A parlare è Gun Kawamura, giapponese d’adozione romana, da anni chitarrista dei garage oriented Blind Birds, ma soprattutto artista completo, scultore e pittore, attento osservatore del mondo attorno, grande competente in materia musicale. Un personaggio e da oggi anche una piacevolissima sorpresa. Solo per il titolo scelto – ‘Brutiful’ – meriterebbe il massimo della votazione, cinque stelle di merito per aver ricordato il nome del terzo album mai edito dei leggendari glam rocker Silverhead. La band di Michael Des Barres protagonista di due mostruosi lavori tra il 1972 e il 1973 da avere anche se sotto sfratto e con gravi problemi di udito. Detto questo i quasi quarantadueminuti dell’esordio di Gun vivono incastonati in un’armonia rara, assoluta purezza, caratteristica desueta da trovare nella maggioranza delle migliaia di produzioni tronfie e certamente snob che provengono dalla nostra terra tricolore. ‘Brutiful’ è un mosaico di piccola stravaganza surreale, mai kitsch, mai posticcio, mai banale, anzi conturbante, lievemente sbilenco, zigzagante nella sua infinita dolcezza e leggiadria. [****]
Geograph Records, 2012
Emanuele Tamagnini

http://www.nerdsattack.net/?p=42737

sabato 5 gennaio 2013

Kawamura Gun


La musica che ha avuto più influenza sull’artista giapponese è stata quella britannica, pop-rock dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70. L’influenza maggiore è stata quella del glam-rock ed in particolare Marc Bolan. “Brutiful” tra l’altro è anche il titolo di un disco inedito dei Silverhead.
Durante il processo compositivo e strumentale dell’album, la ricerca è orientata a non seguire in modo pedissequo le influenze del passato ma a riattualizzare e rielaborare in modo personale il concetto di melodia e arrangiamento rock. Cercando di raggiungere un livello molto alto nella qualità delle composizioni.
Possiamo annettere anche la pittura e la scultura tra le arti tutt’ora praticate da Gun, per far intendere meglio la sua natura poliedrica e la sua apertura mentale. Nelle influenze musicali c’è un ventaglio che spazia da The Aynsley Dunbar Retaliation, XTC, Television, Toru Takemitsu, Kinshi Tsurata e Yura Yura Teikoku.